Dalla Rivista ORIZZONTI Giuseppe Aletti editore - Anno VI – n. 19

Agosto-Ottobre 2002, pag. 36 e 37



A colloquio con

Caterina Trombetti

autrice di "Fiori sulla muraglia" ed. Passigli 2000, con prefazione di Mario Luzi.

di Luigi La Rosa


Caterina Trombetti rappresenta uno di quei rari poeti che hanno scelto l'aderenza profonda della loro scrittura alla vita. Una vita fatta di emozioni e di dolori, che raccoglie le fila di una volontà combattiva, energica, vitale, che fa del canto la sua spada, la sua fiaccola emotiva.

La carriera dell'autrice fiorentina si muove tra due date di grande importanza: il 1990, anno in cui presso i tipi dell'editore Lalli usciva il suo primo libretto di liriche dal titolo "Il pesce nero", e il 2000, che l'editore Passigli ha consacrato sancendo il successo dell'autrice con la stampa della silloge "Fiori sulla muraglia", contenente la prestigiosa prefazione di Mario Luzi. All'interno di questi due grandi momenti creativi, si situano opere come "L'obliqua magia del tempo" o "Montalcinello, i tuoi cieli, i tuoi ruscelli", scritta per i deliziosi acquerelli di Ugo Maffi. E proprio in questi giorni è stata presentata a Castiglion Fiorentino una nuova, breve raccolta dal titolo "Stelle della mia orsa", anch'essa in concertazione con i disegni di Rossano Naldi.

Libri in cui la Trombetti ha sublimato emozioni del cuore, struggimenti di un'emotività forte, abbagliante, solare, che Luzi sottolinea con il seguente giudizio: "Sto cercando di venire a capo di questo intrigante rebus: come accade che queste poesie, semplici e dirette, desunte con lineare emozione dal l'esistenza e dai pensieri sull'esistenza e anche da certe fugaci e illuminanti emozioni che essa suggerisce, tendano poi e si accostino a un loro assoluto: e raggiungano poi una loro profondità logica e linguistica che da a chi legge o le ascolta il timbro e la vibrazione, appunto, della irrefutabile poesia". Una poesia sincera, dunque, che fa del vissuto la materia cangiante del canto, le fibre risonanti di un testo in perenne movimento. Anche perché, come ricorda la poetessa, alla base di tanto bel dire: "È il primo tenero boccio / l'hai colto per me /e con un gesto inatteso / hai afferrato il mio cuore". Ed è una poesia che elabora le geometrie baluginanti del miracolo, se "Si dilata lo spazio a cercare confini / che impossibili sono / nell'infinito universo". La scrittura cerca di aderire alla realtà delle cose, non a quella fredda, impersonale, disincantata, ma a quella intima delle profondità e dei silenzi. Infatti, il verso, "Emerge lentamente / dal profondo silenzio. // Sinuoso il corpo/saetta nella luce/e/si veste di fiori". È una musica di parole che si proietta verso l'esterno, che esplode in una solarità, diremmo, montaliana. Soprattutto se nutrita di immagini quotidiane, come dove: "Guardo un lenzuolo disteso al balcone / e mi invade la pace. / Ecco la vela / si gonfia di vento / ondeggia nel sole / e il muro, la pietra si animano / di quel luccicante biancore". O ancora, dove: "/ ragazzi corrono / lungo le mura del castello, /si inseguono, si prendono / e il gioco è una festa di voci". E tutto questo fino all’assunzione ultima di un territorio mitico, in cui l'esistere e il palpitare vengono inevitabilmente a coincidere. In cui non c'è sconfitta, poiché salvati dal potere invincibile del segno. È dentro questa zona franca dell'arte che Caterina Trombetti può infine dire: "Io vivo. Ti ho ripetuto stanotte / chiusa tra le tue braccia, quando muto / mi chiedevi come potessi tanto. / Io vivo. Ti ho risposto / con la mia pelle ed il respiro. / Vivo nella potenza della vita / che sempre mi attraversa." Una lirica del vitalismo, che non conosce il dolore o, se pure lo conosce, riesce a camuffarlo in attimi di sognante nostalgia, sulle tracce di una fisicità fortemente metaforica, simbolica, trascendente. Una lirica, insomma, che ci insegna la vita.



Caterina Trombetti è nata a Firenze, ma risiede a Scandicci. Parlare con lei significa scoprire che l'emotività è qualcosa che oltrepassa le parole, qualcosa che trasuda dalla voce, dai modi, dalle parole, dai sorrisi. Significa sentire che il respiro ha ritmi potenti, che accompagnano sempre il pensiero, che qualche volta si arrotondano nelle inflessioni del dire. Ecco come l'autrice ha risposto al mio tentativo di ritrarla.

Come ha cominciato a scrivere?

La mia prima poesia è stata scritta a otto anni, quando ero ancora una bambina che andava a scuola.

All'epoca, la poesia era più un esercizio mnemonico, qualcosa di quasi meccanico. Ma la forza vera di fare della parola uno strumento di comunicazione delle emozioni l'ho raggiunta durante la fase dell'adolescenza, comprendendo che la poesia era soprattutto un modo di essere al mondo e di sentire le cose.

Lei è una donna di oggi. Come vive il suo rapporto con la contemporaneità?

Purtroppo, la società contemporanea non aiuta affatto la riflessione e la comunicazione. Viviamo di alte velocità, alla luce di un consumismo fortemente nocivo. L'unica forma di reazione a questo orrore viene tuttavia dalle molte bellissime esperienze di volontariato che sempre più vanno nascendo in varie parti del mondo, e che ci incoraggiano a sperare ancora nell'uomo e nei suoi valori.

Lei è anche insegnante. L'esperienza pedagogica di confronto con gli altri quanto ha favorito la sua capacità di ascolto?

Moltissimo, e non solo in termini di ascolto. Vivere in mezzo ai giovani ed entrare nei loro schemi mentali significa, in parte, restare giovane, sentire le cose che essi sentono. Il vero poeta deve avere questa capacità, di rimanere giovane dentro, di percepire il potere intatto dei sentimenti.

E del suo rapporto con la solitudine, invece, che mi dice?

Anche il rapporto con la solitudine è importante, anzi lo considero fondamentale e irrinunciabile per scrivere della buona poesia. La solitudine opera un miracolo prezioso: quello di far spazio intorno a te, e permetterti di guardarti dentro.

La solitudine genera un mondo ovattato, in cui mi piace perdermi, affondare, e risalirne carica di quelle idee e di quelle sensazioni che poi si trasformeranno in versi.

Ha mai scritto in prosa?

Non molto, anche perché la narrativa è qualcosa che richiede un progetto, e tanta, tantissima applicazione. La poesia è qualcosa che si produce come uno scoppio interno improvviso, qualcosa che apre spiragli dell'anima e lascia filtrare passioni e idee. Qualcosa che viene molto più dal profondo della prosa, e ti mette in contatto con le zone più intime di te. Sono stimoli che si traducono in arte e che richiedono una lunga fase di scrittura e di codificazione. La poesia è qualcosa che, proprio per questo, ci appartiene sicuramente più di quanto ci apparterranno mai un romanzo, un testo teatrale, un saggio.

Ci sono momenti particolari all'interno della sua scrittura?

Io vivo il rapporto con la scrittura come una sorta di magico sconvolgimento del cuore e della mente, che mi regala momenti di vera e propria esaltazione. È una condizione speciale del corpo e della psiche, che mi riconcilia alla vita e alla mia anima. Tuttavia c'è anche un secondo momento: quello dell'incontro con la gente, con i lettori dei miei libri. In queste occasioni, capisci che l'unico motivo per cui scrivi è in fondo quello di dare gioia, di regalare emozioni, di mettere il tuo cuore a contatto con il resto del cosmo.

All'interno della sua produzione mi è parso di distinguere due esatti momenti della scrittura: un primo momento iniziale, adolescenziale, e una seconda stagione molto più recente, matura e articolata...

Le prime cose che scrissi nascevano direttamente da impulsi del momento, violenti, che sentivano l'esigenza di raggiungere una qualche forma scritta, una concretizzazione in parole.

A questa prima e bellissima fase della mia produzione, segue una seconda ampia stagione in cui il verso nasce da un attento e preciso lavoro di riscrittura. Si tratta di un percorso ampliato, universale, che sente l'esigenza di un’aderenza profonda alla verità delle cose, per cui non si accontenta più del livello di superficie della comunicazione, ma pretende il rigore dell'abisso e dell'analisi.

Esiste un poeta prediletto tra le letture di Caterina Trombetti?

Sì, ed è un poeta molto amato, mi riferisco a Giacomo Leopardi. Ritorno continuamente alle sue pagine, e mi stupiscono sempre lo spessore intellettuale, la profondità espressiva, l'emozione che procurano la parola e il tratto.

A lui mi piace poi associare la lettura di altri autori, come Dante Alighieri ed Emily Dickinson. Io credo che ciascun poeta debba avere dei modelli ai quali guardare: i modelli ti spronano e ti aiutano ad andare avanti.

La sua esperienza umana e creativa è stata sicuramente arricchita dall'amicizia con uno dei massimi poeti dei nostri giorni: Mario Luzi. Come riassumerebbe il rapporto di scambio e affetto che la lega a lui?

Io reputo una grande fortuna aver avuto il privilegio di incontrare e conoscere Mario Luzi. Sono felice del fatto che egli mi stimi come persona e soprattutto come poeta: mi incoraggia a fare meglio, a credere in me stessa. E mi piace pensare a questo grande maestro del Novecento non solo come al poeta, al letterato, al saggista, ma come all'amico con cui ho parlato di pittura, di arte, di musica, di paesaggi e con il quale ho affinato il mio pensiero.

Anche attraverso momenti come questi, Mario Luzi comunica, a chi gli è vicino, la sua grande umanità e la sua capacità di comprensione dell’esistente e di questo non posso che essergli grata.